Divisi o uniti?

La divisione trina di anima-mente-corpo (meglio detto quattrina: corpo-anima-mente-cuore) è una efficace strategia finita per essere utile a manipolare le persone esasperandone e definendone assoluti che non sono propri ne a ogni singola parte presa in esame ne all’identità vera della persona colta e guardata nella sua interità. Una delle più interessanti e potenti esperienze è proprio quella in cui anima-mente-corpo vibrano alla stessa corrente spirituale-chimica-fisica, si orientano alla stessa meta e guardano lo stesso orizzonte incamminandosi come un corpo unico indiviso per quel cammino, perché come esseri siamo singolari, indivisi, pur potendo esercitare anche autonomamente tre relativi (corpo-anima-mente). Non vi sono separazioni nette tra il nostro percepirci sotto i tre aspetti suddetti e se vogliamo possiamo aggiungere anche il quarto, il cuore (corpo-anima-mente-cuore) giacché ai senzienti vigili è dato percepire che anche quando la mente sembra vagare per i raziocini suoi, l’anima è attenta alle elucubrazioni mentali tanto quanto ne partecipa il corpo in modalità più o meno perspicace ovvero in un partecipativo ozio o invece in una tensione evidente. Insomma, i divisionisti che vogliono separare tutto e tutti per dominare, per quanto mi riguarda, hanno solamente distorto una realtà ma non hanno rivelato verità, anzi sanno perfettamente che hanno prodotto fiumane di disquisizioni a loro pro fondate su “fakes” e se non avessero trovato pubblico condiscendente non avrebbero avuto alcuno sviluppo orientato a manipolare le persone ma sarebbe rimasta solo un argomento relegato al suo giusto posto: “pourparler”, che può essere divertente come un gioco dello scrutare ogni sfaccettatura ben consci che alla fine le divisioni sono solo speculazioni e di fatto ciò che conta è l’unicità viva frizzante variegata che gioca come le onde che raggiungono la spiaggia e si ritraggono, restando sempre mare.

Buona coscienza di se stessi come tutt’uno in diversi modi di percepire, conoscere e manifestarsi (corpo-anima-mente-cuore)

by tania

Reblog Ssss… Tautogramma in esse

Settembre solitario

soleggiato

svela sottili sfumature

serate serene seguono

stellati silenzi

soavi sospiri sfiorano

sentieri segreti

splendidi sogni sbocciano

sotto stelle sfuggenti

sobrie serenate svelano

sicurezze soffocate

sinceri stonati soliloqui

sorprendono sinfonie struggenti

scendono saracinesche

soltanto solitudini sbiadite

svettano scalate

scrivendo saggi snelli

su screditate scene

secondo standards schiaccianti.

Sopraggiungono sbadigli strascicati.

Sssst si sonnecchia

si seguita scaltri

solcando speciali strade

simulando sfarfallate

subliminali suspence.

by tania

Live too little

Mi sembra che tutti noi guardiamo troppo alla Natura e viviamo troppo poco con essa.

Oscar Wilde

It seems to me that we all look too much at Nature and live too little with it.

Oscar Wilde

First birth (q)

“Se la tua prossima nascita dipende dalle azioni passate, da che cosa dipende la prima nascita?”

Nisargadatta Maharaj

“If your next birth depends on past actions, on what does the first birth depend?”

Nisargadatta Maharaj

Society or hermit life

L’uomo ha la missione di vivere in società; se viene isolato, non è un uomo intero e completo, anzi contraddice se stesso.

Johann Gottlieb Fichte

In realtà, l’eremitismo non è cosa così brutta e limitante, anzi spesso dà bellezze e inediti.
by tania

Man has a mission to live in society; if he becomes isolated, he is not a whole and complete human being—indeed, he contradicts his own nature.

Johann Gottlieb Fichte

In reality, the hermit life is not such a bad or limiting thing; on the contrary, it often yields beauty and fresh discoveries.
by tania

In the beginning (q)

“In principio questo [universo] era solamente Quello in forma di Noumeno (soggetto assoluto). Egli si guardò intorno ma non vide altro che se stesso. Così per prima cosa disse: ‘Io sono Quello’. Perciò ‘Io’ divenne il suo nome…”

Brhadaranyaka Upanisad

“In the beginning, this [universe] was only That in the form of the Noumenon (absolute subject). He looked around but saw nothing other than himself. Thus, the first thing he said was: ‘I am That.’ Therefore, ‘I’ became his name…”

Brihadaranyaka Upanishad

L’ipervigilanza (q)

Ipervigilanza: quando il cervello non si spegne mai – Carenity

If one inquiers (q)

«Ciò che sorge come “Io” in questo corpo è la mente. Se si indaga da dove, nel corpo, sorga per primo il pensiero “Io”, si scoprirà che esso sorge nel Cuore. Quello è il luogo d’origine della mente. Anche se si pensa costantemente “Io”, “Io”, si verrà condotti a quel luogo. Tra tutti i pensieri che sorgono nella mente, il pensiero “Io” è il primo. È solo dopo il suo sorgere che appaiono gli altri pensieri. È dopo la comparsa del pronome di prima persona che appaiono i pronomi di seconda e terza persona; senza il pronome di prima persona, non vi sarebbero quelli di seconda e terza.»

Ramana Maharshi

«What arises as “I” in this body is the mind. If one inquires into where the “I”-thought first arises in the body, one will discover that it arises in the Heart. That is the source of the mind. Even if one constantly thinks “I”, “I”, one will be led to that place. Of all the thoughts that arise in the mind, the “I”-thought is the first. It is only after its arising that other thoughts appear. It is after the appearance of the first-person pronoun that the second- and third-person pronouns appear; without the first-person pronoun, there would be no second- or third-person pronouns.»

Ramana Maharshi

Daltonico esistenziale (poesia)

Daltonico esistenziale (poesia)

Insegnano i colori
come si insegnano le colpe:
ross tramonto,
blu notte,
Verde speranza.

Il mondo pretende
una pronuncia uguale
anche dalle cose mute.

E chiamavo cielo
ciò che cadeva dall’alto,
verde ogni promessa
prima che marcisse,
bianco il silenzio
quando non sapevo più
come difendermi.
Del rosso ho sempre
avuto un dubbio.

Era sangue?
Un tramonto
rimasto troppo a lungo
sulla soglia degli occhi?
Forse il primo segnale di una verità
che nessuno voleva attraversare?

Divenni adulto
confondendo le tinte
con le intenzioni.
Scambiai l’amore
per la sua ombra ben educata,
la felicità per quelle mattine
in cui non accade nulla,
la pace per quella forma discreta
di stanchezza che non fa rumore.

Io guardavo.
Ma vedevo altro.
Non meno. Altro.

Questa forse è l’imperfezione:
non sapere dove finisce il colore
e comincia il nome.

Diffido delle cose troppo definite.
Del mare quando è soltanto blu.
Del dolore quando ha un volto preciso.
Di chi si dichiara felici
con troppa luce addosso.
Preferisco l’ora incerta
prima che la notte decida,
quel margine del giorno
in cui ogni cosa perde il proprio alibi.
Lì non devo riconoscere niente.
Posso chiamare cenere una possibilità,
luce una ferita,
amore ciò che resta
quando persino il desiderio
ha smesso di chiedere.

E forse allora
non sono daltonico.
Sono soltanto arrivato tardi
alla tavolozza.
Mentre gli altri imparavano
a distinguere i colori,
io imparavo le sfumature
dell’assenza.

Non so
di che colore è la vita,
so soltanto
che qualche volta
mi appare chiara
da sembrare quasi invisibile.

by tania P.©

Daltonico esistenziale

Daltonico esistenziale

Nel paese di Cromia ogni cosa aveva un proprio colore peculiare.
La gioia era gialla, la tristezza blu, la rabbia rossa, la speranza verde, la purezza bianco. A Cromia le persone, quando nascevano, ricevevano una tavolozza con cui imparare a orientarsi nel mondo attraverso i nomi dei colori.
Tutte, tranne Dalton. Dalton i colori li vedeva, ma non come gli altri. Li percepiva in una maniera altra di una sfumatura tutta sua.
Quando la gente indicava un tramonto e la meraviglia del suo colore rosso, Dalton in realtà vedeva qualcosa che non sapeva nominare secondo i canoni prestabiliti.
E se gli dicevano che doveva essere felice perché la sua età era il momento più bello della sua vita, Dalton abbozzava un dolce sorriso anche se interiormente sentiva una declinazione diversa.
Col passare del tempo Dalton cominciò a pensare di essere sbagliato. Cosa c’era che non andava? perché le sue percezioni erano differenti? perché carpiva orizzonti dai toni diversi?
Fu così che iniziò il calvario dell’imitare gli altri per incanalarsi nella strada tracciata del definito.
Tutto divenne una pratica ligia dell’emulare il mondo: ridere quando si doveva ridere, commuoversi quando si doveva commuoversi come tutti, applaudire quando tutti lo facevano e così via, passo dopo passo. E a simulare Dalton divenne bravissimo, un campione, tanto che nessuno notò più il suo essere strano, diverso.
Un giorno, Dalton, cresciuto di qualche anno, incontrò una anziana pittrice che stava dipingendo una porta completamente bianca.
Dalton osservò a lungo il dipinto che prendeva forma e, ad un certo punto, chiese alla pittrice: “Perché dipinge la porta bianca?”
Ma la pittrice, sorridendo, rispose: “Non è bianca”.
Dalton, tuttavia, insisteva. Allora la pittrice gli replicò: “è bianca per te”.
A quel punto Dalton rimase in silenzio. La pittrice gli porse allora il pennello e gli chiese: “che colore vedi?”
Dalton osservò perplesso la tela e per la prima volta non cercò la risposta giusta ma ascoltò le sue percezioni e affermò: “Vedo una porta che aspetta qualcuno”. E la donna disse semplicemente: “Ecco”.
Dalton sbalordito e non capendone il senso, esclamò: “Ecco cosa?” – “Ecco il tuo colore!”
Ma Dalton non capì e rimase ammutolito e deluso.
Avendolo notato, l’anziana riprese spiegando: “Non sei daltonico, e lo sei soltanto per i colori che gli altri hanno deciso di dare alle cose ovvero per i nomi che hanno definito per indicare determinate realtà”.
Da quel momento Dalton smise di domandarsi quale fosse il colore corretto, così quando provava tristezza, non la chiamava più blu se per lui non sembrava blu, e quando amava qualcuno, non si sforzava di imporsi il rosso né cercava il nero quando aveva paura.
Cominciò allora a chiedersi: Che forma ha ciò che sento? Dove mi porta? Che cosa mi sta comunicando?
Fu così che Dalton scoprì un tesoro che a Cromia nessuno aveva mai insegnato: che alcune emozioni non hanno un colore, ma hanno una stagione, una distanza, un odore, una voce o un silenzio. Ed imparò che crescere non significava imparare a vedere il mondo come lo vedono tutti, bensì significava avere il coraggio di guardarlo abbastanza a lungo da scoprire come lo vedeva lui stesso.
Da allora, se qualcuno gli chiedeva di che colore era la giornata, Dalton sorrideva ed esclamava con entusiasmo: Questo non lo so, ma posso raccontarti come mi fa sentire.

racconto di tania P.©

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